Non sempre la gestione attiva degli investimenti è perdente | Investire.biz

Non sempre la gestione attiva degli investimenti è perdente

02 ott 2022 - 09:00

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La gestione attiva degli investimenti si prende una piccola rivincita in uno studio che dimostra che effettivamente l'attivismo paga. Ma ad una certa condizione

Il Financial Times in un suo articolo di metà agosto ha riaperto l’eterna diatriba. Meglio la gestione attiva o quella passiva quando investiamo denaro?

Naturalmente i partiti dei pro stock picking e quelli dell’indice senza se e senza ma ogni volta cercano di portare acqua al proprio mulino citando ricerche che confermano la bontà dell’una piuttosto che dall’altra strategia. Questa volta il vento in poppa sembra averlo la gestione attiva con qualche doveroso aggiustamento oltre che qualche inevitabile conferma.

Vediamo quindi nel dettaglio cosa dice l’articolo del Financial Times.

 

 

Gestione attiva o passiva? Focus sui costi

 

Tema come sempre legato a quanto rendimento di mercato perdono gli investitori al dettaglio affidandosi a gestori attivi. Il richiamo è quello a una ricerca condotta su fondi con domicilio lussemburghese e irlandese tra il 2008 e il 2020 e investiti in strumenti azionari e obbligazionari.

I ricercatori hanno scoperto quello che si sapeva da tempo. La gestione attiva degli investimenti può essere vincente con fondi di classe istituzionale, ma quando gli stessi prodotti vengono commercializzati al pubblico, i cosiddetti investitori retail, gli eccessivi costi richiesti annullano se non addirittura penalizzano il cosiddetto alfa.

Nello studio i fondi a gestione attiva in classe istituzionale hanno battuto quelli passivi rappresentati da fondi indice e ETF mediamente dello 0,56% all’anno, costi compresi. Nel 71% dei casi, al netto dei costi la gestione attiva è risultata vincente anche se le evidenze sono decisamente più favorevoli ai gestori azionari rispetto a quelli obbligazionari dove i costi e i minori rendimenti attesi hanno un’incidenza maggiore sulle performance finali.

Questa evidenza scende al 46% quando gli stessi fondi vengono collocati in classe retail più costosa.

I costi sono quindi il cuore del problema anche se, questo aggiungo io, una ricerca basata su un orizzonte temporale di 12 anni non può essere considerata significativa su un orizzonte quale quello di un investitore decisamente più lungo.

L’analisi ha evidenziato che a fronte di costi per prodotti istituzionali in media dello 0,82%, gli stessi prodotti gestiti in versione retail hanno un costo medio del 1,71%. E questo fa evidentemente la differenza. Nel solo segmento obbligazionario a costi istituzionali di 0,47% si contrappongono costi retail di 1,13%.

Ciò che già negli anni 70 Sharpe, Bogle, Malkiel e altri avevano scoperto, cioè che i costi distruggono il talento (o la fortuna) dei gestori a discapito del capitale degli investitori, è confermato da questa ricerca.

Alla certezza che i fondi disponibili sul mercato per un investitore al dettaglio non garantiscono nessun valore aggiunto rispetto ad un ETF, si contrappone adesso una strada che i gestori di tutto il mondo potrebbero percorrere per tornare ad essere competitivi. Abbassare le pretese e quindi i costi dei prodotti.

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