La Borsa di Milano: nascita, storia e sviluppi di Piazza Affari

Borsa Italiana nacque nel 1998 dall'accorpamento delle dieci Borse presenti allora in Italia: Milano, Roma, Trieste, Venezia, Napoli, Torino, Genova, Firenze, Bologna e Palermo. La sede è stata stabilita nella principale Borsa Valori esistente, ossia Piazza Affari a Milano. Per questo oggi viene comunemente conosciuta come Borsa di Milano e si identifica con la storia del mercato finanziario milanese. In questo testo tratteremo quindi le vicende che hanno interessato la più importante Borsa Valori nel panorama finanziario italiano, ossia la Borsa di Milano.

 

Borsa di Milano: le origini

Inizialmente la Borsa milanese era denominata la "Borsa del commercio di Milano" e fu istituita nel 1808 dal viceré del Regno d'Italia napoleonico Eugenio di Beauharnais. La sede fu stabilita nello spazio ristretto di Palazzo del Monte di Pietà e potevano partecipare due categorie di operatori regolamentati: gli agenti di cambio e i sensali. Questi ultimi erano dei mediatori specializzati soprattutto nelle contrattazioni agricole e dell'allevamento.

Gli scambi interessavano titoli di Stato, valute, materie prime e metalli preziosi. All'inizio si eseguivano pochissime operazioni, ma ciò nonostante nel 1809 la sede fu spostata a Palazzo dei Giureconsulti a Piazza Mercanti, un luogo sicuramente più ampio.

Per quasi 50 anni si negoziarono le stesse cose, fino a quando nel 1858 si quotò la prima società privata, la LVCI, azienda austriaca che si occupava della gestione delle ferrovie nel Regno Lombardo-Veneto.

 

Borsa di Milano: gli sviluppi dopo l'Unità d'Italia

Prima dell'Unità d'Italia, oltre la LVCI si era quotata solamente un'altra società, la Banca Nazionale nel Regno d'Italia. Successivamente invece le quotazioni arrivarono una dopo l'altra. Nel 1863 ci fu l'ingresso del Credito Mobiliare, della Società per le Strade Ferrate e altri quattro titoli azionari. Cinque anni più tardi fu la volta di Regia Tabacchi, mentre il 1871 vide l'avvento di Banca Generali e altre cinque società. Alla fine del 1873 le quotazioni complessive alla Borsa di Milano raggiunsero una cifra di un miliardo e mezzo di lire, avvicinandosi ai tre miliardi della Borsa di Genova che rimaneva ancora la più importante allora.

Tra il 1880 e il 1895 entrarono a far parte del listino milanese le azioni e le obbligazioni della Società Italiana per le Strade Ferrate del Mediterraneo, della Navigazione Generale Italiana, delle Acciaierie e fonderie di Terni, della Società generale immobiliare. Intanto la seconda rivoluzione industriale portò a una crescita economica sostenuta dove i finanziamenti alle imprese fioccavano da parte di banche di nuova costituzione che fecero da intermediarie per l'approdo delle aziende private nella Piazza di Milano. Così quest'ultima nel 1913 conquistò lo scettro della prima Borsa italiana, con 160 titoli quotati.

Il boom in quegli anni delle società quotate rese necessario trovare una sede più grande dove poter effettuare le contrattazioni e si scelse nel 1901 Palazzo Broggi, a Piazza Cordusio. Nella sede milanese arrivarono anche tante società quotate in altre Piazze che, per via della crisi delle Borse in cui partecipavano, decisero il trasferimento. Emblematici furono i casi di alcune società immobiliari romane, o di compagnie di navigazione e zuccherifici genovesi, o ancora di assicurazioni triestine e veneziane.

Il crescere degli scambi preparò il terreno per l'ultimo e definitivo trasferimento di sede: nel 1932 la Borsa di Milano si spostò a Piazza Affari nel salone di Palazzo Mezzanotte.

 

Borsa di Milano: la crisi del '29

La terribile crisi del 1929 che colpì Wall Street si riflesse ovviamente su tutti i mercati finanziari mondiali e quindi anche su Piazza Affari. I valori azionari colarono a picco e fu manifesta l'intenzione da parte dello Stato di indirizzare il risparmio verso i titoli a reddito fisso

Nel 1933 venne creato l'IRI nell'ottica di uno Stato che si fa imprenditore e da allora venne sancita la chiusura verso il mercato internazionale dei capitali. A quel punto la Borsa fece valere meno il suo ruolo di intermediazione per la raccolta dei capitali, ma alcuni titoli continuarono a brillare come Edison, Bastogi, Fiat, Pirelli, Ras e Assicurazioni Generali.

Nei primi anni '30 lo Stato intervenne per salvare il sistema creditizio provato dalla crisi e i titoli bancari furono cancellati dal listino di Piazza Affari, ricomparendo solamente nel 1956 con la quotazione di Mediobanca. La seconda guerra mondiale comportò la riduzione drastica delle contrattazioni e le spese militari drenarono molte risorse al mercato azionario.

 

Borsa di Milano: il boom economico del dopoguerra

La ricostruzione del dopoguerra fu difficoltosa, ma a partire dagli anni '50, grazie al piano Marshall, l'attività economica riprese a funzionare e la cosa si riflesse ovviamente nel mercato borsistico che registrò una fortissima crescita dei corsi azionari per tutto il decennio.

In questa fase spiccarono soprattutto le società finanziarie, assicurative e dell'energia elettrica. Nel 1956 però successe un fatto che scatenò la protesta da parte degli agenti di cambio. Il ministro delle Finanze Roberto Tremelloni propose una legge che obbligava a tutti gli intermediari che operavano in Borsa di comunicare quotidianamente tutti i contratti a termine conclusi. L'ira degli agenti creò una paralisi delle contrattazioni per un pò di tempo, fino a quando l'obbligo suddetto non fu aggirato con l'introduzione dei contratti cash a liquidazione differita.

In quegli anni comunque i volumi registrati aumentarono e i sistemi di rilevazione delle contrattazioni erano ancora vetuste. Infatti gli scambi, la verifica dei contratti, la rilevazione dei prezzi e la redazione dei listini ufficiali venivano fatti a mano.

Così, grazie a un consorzio di alcuni agenti di cambio milanesi, agli inizi del nuovo decennio fu introdotto il Centro meccanografico. Questi era dotato di strutture informatiche che consentivano la rilevazione dei prezzi in tempo reale, con enorme risparmio di tempo rispetto alla situazione precedente. Il Centro meccanografico si trovava nel salone delle grida dove operavano tutti gli agenti di cambio.

Nel pieno boom economico della Nazione, si assistette al tripudio di alcuni speculatori rampanti come Michele Sindona, Michelangelo Virgillito, Anna Bonucci e Aldo Ravelli che dominarono la scena della finanza italiana per molti anni con operazioni a dir poco spregiudicate.

 

Borsa di Milano: il rallentamento dell'espansione e l'istituzione della CONSOB

Negli anni '60 l'economia italiana cominciò ad accusare i primi segnali di stanchezza a causa della crescita dell'inflazione che riduceva il potere d'acquisto dei lavoratori e dell'andamento non proprio esaltante della bilancia dei pagamenti. Questo si riverberò sul mercato azionario, che conobbe un periodo in cui le quotazioni cominciarono a scendere. Gli investitori si concentrarono maggiormente sui beni rifugio come i titoli di Stato e le obbligazioni a reddito fisso.

Quando avvenne la nazionalizzazione dell'industria elettrica, molti titoli del settore furono cancellati dal listino. Il fenomeno in atto fu amplificato negli anni '70 in cui il risparmio fu indirizzato decisamente sul finanziamento del debito pubblico visti gli alti interessi che garantiva.

La Borsa perse la funzione quindi di mercato utile per finanziare l'industria italiana e assunse connotati di carattere puramente speculativo. Questo fece sorgere problemi di trasparenza, creando le condizioni per la nascita di un ente regolamentare che garantisse una vigilanza a tutto il settore finanziario. Così, con la legge 7/6/1974 n. 216 fu introdotta la Commissione Nazionale per le Società e la Borsa, meglio conosciuta come CONSOB.

Nel frattempo le banche italiane si organizzarono per effettuare una gestione centralizzata degli ordini indirizzandoli praticamente verso la Piazza milanese. Di conseguenza furono molto sminuite tutte le altre Borse italiane che a questo punto raccoglievano gli ordini solamente di istituti locali di scarsa entità e di investitori privati.

 

Borsa di Milano: i favolosi anni '80

Nel 1977 l'indice borsistico milanese raggiunse il minimo storico dal dopoguerra per via del difficile contesto economico interno e internazionale. Così le Autorità governative introdussero il credito d'imposta per evitare la doppia tassazione dei redditi finanziari, con la speranza di rivitalizzare gli scambi. Per raggiungere l'obiettivo fu anche istituito il Mercato ristretto dei titoli negoziabili.

Nel 1978 nacque la Monte Titoli Spa, società privata in cui venivano depositati gli strumenti finanziari di diritto italiano. L'iniziativa per la creazione dell'ente fu da parte della Banca d'Italia e degli agenti di cambio, per declinare all'obbligo di dover scambiare materialmente i titoli durante la transazione. Grazie alla Monte Titoli infatti era sufficiente registrare il passaggio di proprietà.

Una vera ripresa del mercato azionario si registrò però solo nel 1983 poiché avvennero due eventi importanti: il primo la legge n.169 che incentivò gli investimenti finanziari con la detassazione delle plusvalenze realizzate in fase di cessione; il secondo la costituzione dei fondi comuni d'investimento di diritto italiano. Soprattutto quest'ultima riforma ebbe un effetto esplosivo sulla Borsa, in quanto tali fondi cominciarono ad acquistare azioni in grande quantità per ricostituire i portafogli d'investimento. Inoltre erano spinti da un numero sempre crescente di risparmiatori che vedevano in tali organi una possibilità di diversificzione.

Per diversi anni le quotazioni azionarie continuarono a crescere sollevando l'euforia degli investitori che erano come narcotizzati dalla possibilità di realizzare guadagni a doppia cifra dal capitale investito. Tutto ciò durò fino al lunedì nero del 19 ottobre 1987, quando una tempesta finanziaria travolse Wall Street e di riflesso tutte le altre Piazze finanziarie mondiali.

Nel 1985 la legge n. 281 del 4 giugno diede alla CONSOB un ruolo di fondamentale importanza come organo di vigilanza e regolamentazione, attribuendole la personalità di diritto pubblico, nonché l'indipendenza totale dal Governo.

 

Borsa di Milano: le profonde riforme degli anni '90

Gli anni '90 segnarono un'autentica rivoluzione nel mercato borsistico italiano, a tutti i livelli. Con la legge 2/1/1991 n.1 fu sminuita la figura degli agenti di cambio che non ebbero più il monopolio degli scambi e fu introdotta quella delle Società di Intermediazione Mobiliare (SIM) che potevano operare in proprio o per conto di terze persone. Gli agenti di cambio furono costretti a scegliere se costituire una SIM insieme ad altri colleghi, se associarsi a una banca o a una SIM già operante o se continuare in una professione ormai ridimensionata. I concorsi per la professione furono aboliti e la categoria fu destinata a sparire.

Un'altra epocale riforma stabilita dalla legge in parola che ribaltò completamente il modo di operare in Borsa fu il passaggio delle contrattazioni da un luogo fisico a uno virtuale. Il Consiglio di Borsa, costituito nell'occasione per rappresentare tutti gli organi coinvolti negli scambi borsistici, assunse il compito di implementare la riforma sia dal punto di vista istituzionale che operativo. La trasformazione fu completata nel 1994 e da allora si diede l'addio definitivo alle contrattazioni alle grida, iniziando la modalità di esecuzione degli scambi esclusivamente in via telematica.

Il 1992 fu anche l'anno delle grandi privatizzazioni statali. Il Governo italiano privatizzò colossi come INA ed ENI quotandoli in Borsa e vendette le quote di banche italiane già quotate come ad esempio la Banca Commerciale Italiana e il Credito Italiano. Come effetto di tutto ciò si ebbe una maggiore capitalizzazione della Borsa milanese e quindi un aumento delle quotazioni.

Nel 1998 la privatizzazione riguardò proprio Borsa Italiana che diventò società per azioni e fu partecipata dalle più importanti banche italiane. La nuova società accorpò tutte le dieci Borse sparse sul territorio e diventò un'unica Borsa con sede a Milano, proprio a Piazza Affari.

 

Borsa di Milano: gli anni 2000 e l'integrazione con London Stock Exchange

Da società per azioni, Borsa Italiana cominciò a diversificare l'attività di servizi finanziari, che comprendevano la Cassa di Compensazione & Garanzia, Monte Titoli, Servizio Titoli e MTS.

Nel decennio la crescita degli scambi è stata enorme e ben 236 nuove società si quotarono sul listino milanese. Nel 2007 la capitalizzazione di mercato aveva raggiunto il 48% del PIL e questo rappresentò anche un crocevia importante per dare il là all'integrazione con il London Stock Exchange, avvenuta proprio quell'anno.

L'entusiasmo di aver creato, tra la Borsa italiana e quella londinese, il più grande gruppo integrato d'Europa venne smorzato dalla più grande crisi finanziaria della storia, culminata con il crac della Lehman Brothers del 2008.

 

Borsa di Milano: gli ultimi anni e la cessione

Superata la crisi dei mutui subprime, le quotazioni azionarie hanno dovuto affrontare un altro tsunami determinato nel 2011 dalla crisi debitoria dei Paesi dell'area mediterranea dell'Europa.

L'indice FTSE Mib toccò nuovi minimi prima che il Quantitative Easing di Mario Draghi ridesse vigore ai corsi azionari. Da allora partì il rally più dirompente della storia borsistica con gli indici che raggiunsero i massimi storici.

Nel 2020 però arrivò il Covid-19 a spezzare l'incantesimo e le quotazioni persero oltre il 30% dei guadagni maturati. Lo stesso anno sono iniziate le trattative per la cessione di Borsa Italiana da parte di LSE con diversi candidati in lizza a rilevare le azioni della Borsa londinese: Deutsche Boerse, Euronext, Cassa Depositi e Prestiti. Il motivo della cessione della Borsa Londinese ha a che fare con l'acquisto di Refinitiv, società che fornisce dati e infrastrutture ai mercati finanziari. Di fronte al tale gigantesca operazione che comporta un esborso di 27 miliardi, si sono accese le luci dell'Antitrust ed è per questo che LSE è costretta a vendere . Nel mese di settembre una cordata composta da Euronext, Cassa Depositi e Prestiti e Intesa Sanpaolo è entrata in campo per rilevare ufficialmente la Piazza milanese con un'offerta non vincolante, per una cifra che si aggira intorno ai 4 miliardi di euro.

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