Tassazione alle multinazionali del Web 6 punti chiave da sapere

Stabilire una tassazione a livello globale che attui un'imposizione fiscale alle multinazionali che operano all'estero è un tema discusso da diverso tempo, non solo per una questione di equità distributiva delle risorse, ma anche perché gli Stati necessitano di reperire fondi per sostenere una spesa pubblica che si fa sempre più pesante.

La pandemia e l'enorme dispendio economico che ne è conseguito hanno fatto capire che il problema non può più essere rinviato e quindi Stati Uniti ed Europa sono sul punto per arrivare a una linea condivisa.


Tassazione globale: 6 aspetti da considerare

Nel G20 di Venezia del 10 luglio 2021 è stata messa nero su bianco una proposta di riforma che stabilisce un sistema fiscale a livello internazionale, ancora però da approfondire e definire nei minimi dettagli. Per grandi linee comunque l'intesa c'è e presto potrebbe vedere la luce in un documento ufficiale e definitivo.

L'obiettivo fondamentale è quello di riuscire a ripartire la potestà impositiva tra le varie giurisdizioni in cui si ha la creazione del valore tassabile. Le istituzioni coinvolte sono: lo Stato di residenza dove si trova la sede della società madre, i Paesi in cui sono ubicate le varie articolazioni aziendali e infine i Paesi dove i servizi digitali vengono effettivamente elargiti. Al riguardo vi sono 6 punti salienti che vale la pena di sottolineare, vediamo di cosa si tratta.


Una soluzione ampiamente condivisa

Quando nel 2015 fu avanzato l'accordo per il Base Erosion & Profit Splitting che concerneva tra l'altro la tassazione sul digital Web, i Paesi firmatari furono soltanto 60. Da ottobre 2020, allorché hanno ripreso i negoziati all'interno dell'OCSE e del G20, la platea si è ampliata con 137 Stati protagonisti della pubblicazione dei rapporti Blueprints Pillar I e II, che costituiscono le fondamenta per le discussioni di oggi a livello fiscale. Ancora sono parecchi i passi da compiere per stringere le libertà individuali dei singoli Stati in materia di tassazione, ma il punto di partenza è incoraggiante.


Chi deve tassare cosa

Il nocciolo della questione sembra essere quello di stabilire quale Stato sia in diritto di tassare le multinazionali del Web che si trovano dislocate in diversi territori e in ogni parte del mondo. Ancora vige il principio della presenza fisica dell'azienda per determinare l'entità della tassazione, ma questo concetto non può più essere portato avanti in un contesto dove prevale la globalizzazione e la digitalizzazione.

Oggi l'imposizione fiscale si basa essenzialmente su 2 capisaldi: la residenza e la fonte di reddito. In questo quadro la ricchezza prodotta dalle società viene attribuita in parte allo Stato in cui risiede la multinazionale e in parte agli Stati in cui le varie società che ne derivano operano fisicamente. Il fatto è che le Web company producono reddito in ogni parte del mondo indipendentemente dalla presenza fisica o dai territori in cui sono ubicate le sedi, di conseguenza si rende necessario stabilire chi sono gli Stati a dover tassare.

 

La questione dell'extra-profitto

Gran parte delle multinazionali del Web sono di nazionalità americana. In ragione di questo, gli Stati Uniti ritengono che tutto il reddito prodotto in più rispetto a quello delle stabili organizzazioni site nei vari territori spetti alla capogruppo.

I Paesi dove le aziende operano sostengono viceversa che la creazione di valore si è sviluppata nei loro territori e quindi rientri nella propria base imponibile. Questo è un punto cruciale e riuscire a sciogliere il nodo sarebbe un passo avanti fondamentale.


La concorrenza sleale dei Paesi a fiscalità agevolata

L'impasse finora che si è determinata sulla tassazione globale ha fatto il gioco di quei Paesi come Irlanda, Lussemburgo e Olanda che hanno approfittato della situazione attirando le imprese con tasse molto agevolate. Basti pensare che a Dublino la tassazione sulle imprese è del 12,5%, mentre negli altri 2 Paesi arriva al 25%.

Molto discutibile è il sistema del ruling, ovverosia un accordo che viene stipulato tra tali Stati e le imprese in base al quale queste ultime ottengono tutta una serie di benefici fiscali nei loro investimenti. Con questo meccanismo sono tra 100 e 240 miliardi le stime di gettito tributario che è stato sottratto ai vari Governi, in base ai dati OCSE.


La proposta americana

Gli Stati Uniti hanno avanzato la proposta della Global Minimum Tax del 15% per evitare il dumping fiscale delle multinazionali americane nella delocalizzazione dei redditi prodotti. Come funziona? Le aziende che operano in Paesi dove la tassazione è inferiore al 15% dovranno versare agli USA la quota rimanente fino ad arrivare a tale soglia. In questa maniera le imprese sarebbero scoraggiate a smistare le attività fuori dal territorio statunitense.

C'è però un secondo aspetto molto controverso e che fa parecchio discutere. Per rientrare nell'area dei soggetti tassabili è necessario un fatturato di almeno 750 milioni di euro in ogni mercato e una redistribuzione del reddito tassabile tra i Paesi dove risiedono i consumatori. Facendo due conti, risulta che le imprese tassabili dalla proposta sarebbero quelle con un fatturato di oltre 20 miliardi di dollari e con un margine di profitto superiore al 10%. Questo significa che solo un centinaio di società verrebbero coinvolte e giganti come Amazon rimarrebbero fuori.

Oltre a ricevere il veto secco da parte di Irlanda, Svizzera, Ungheria e India, la proposta a stelle e strisce ha sollevato critiche da parte un pò di tutta l'Europa, che non vede negli USA un'intenzione convinta di affrontare il tema della normativa fiscale internazionale. In media l'UE vorrebbe una tassazione almeno del 20%, con il Portogallo che propone un'aliquota addirittura del 31,5%. Ma quello che conta realmente non è tanto la percentuale di imposizione ma la metodologia di calcolo della base imponibile.


La proposta europea

L'Unione Europea sta portando avanti la Web Tax comunitaria che, a differenza della Global Minimum Tax USA, basa la tassazione non sui redditi realizzati dalle multinazionali USA in Europa, bensì sul fatturato. L'aliquota di applicazione varierebbe tra l'1% e il 3% del volume d'affari e arriverebbe a comprendere migliaia di aziende.

Se dovesse prendere forma una proposta del genere per l'Europa sarebbe una grande vittoria, perché le risorse potrebbero servire per finanziare la Next Generation EU (link) di cui si è tanto parlato. Il quadro normativo comunque è complesso, perché bisognerà armonizzare circa 40 Web Tax esistenti in Europa.

Anche in Italia esiste un'imposta del genere, ovvero l'Imposta sui Servizi Digitali che è in vigore dal 1°gennaio del 2020. Essa consiste in una tassazione del 3% dei ricavi che derivano dai servizi digitali forniti nel nostro territorio da parte di aziende che hanno 2 requisiti: un volume d'affari generale pari o superiore a 750 milioni di euro e minimo 5,5 milioni di euro di ricavi in Italia riguardo i servizi digitali.

 

0 - Commenti