Wall Street: dal Senato USA arriva la proposta di tassare i buyback

Una proposta della senatrice americana Kyrsten Sinema rischia di destabilizzare le società che hanno intenzione di premiare gli azionisti attraverso i riacquisti delle azioni. La parlamentare dei Democratici ha avanzato l'idea di applicare una tassa dell'1% sulle operazioni di buyback azionario, nell'ambito del disegno di legge del senatore Joe Manchin da 739 miliardi di dollari. Sinema ha manifestato contrarietà alla riduzione della scappatoia dei carried interest per i private equity e ha nutrito perplessità in merito agli effetti dell'imposta minima del 15% sulle grandi società.
 
Una modifica di tali disposizioni ridurrebbe in maniera sostanziale le entrate generate dalla proposta di legge, mettendo seriamente a rischio l'obiettivo di riduzione del deficit di 304 miliardi di dollari voluto da Manchin. Quindi un'accisa dell'1% potrebbe almeno in parte compensare gli effetti negativi. In base alle stime ciò apporterebbe nelle casse federali circa 124 miliardi di dollari, che aiuterebbero a sostenere la perdita di circa 100 miliardi di dollari che si avrebbe con i crediti d'imposta per l'ammortamento e il recupero dei costi dall'imposta minima, su cui stanno molto premendo le aziende manifatturiere. 
 

Buyback: ecco cosa significa un'imposta dell'1%

In questo momento molti si stanno chiedendo quali effetti avrà sui piani di buyback delle società l'applicazione dell'imposta dell'1%. Le opinioni sono divise, in quanto per alcuni ci sarà una riduzione della liquidità e un aumento della volatilità degli indici, per altri viceversa sarà semplicemente un altro costo che non inciderà molto sui riacquisti.
 
Quest'anno in realtà potrebbe essere un anno record per i buyback azionari, dal momento che si stimano fondi liquidi per 1.200 miliardi di dollari da utilizzare. Le grandi aziende come Apple, Alphabet e Meta si sono messe in luce nel 2022 con tali operazioni e nel primo trimestre si conta che le prime 20 società dell'S&P 500 abbiano rappresentato il 42% delle azioni riacquistate.
 
Se la disposizione dovesse passare e l'impatto della norma fosse di una riduzione dei buyback, a essere danneggiati sarebbero sia le aziende che gli investitori. Le prime apprezzano particolarmente questa pratica perché permette di sostenere il prezzo delle azioni aumentando il rendimento del capitale. Ovviamente se il titolo dovesse scendere l'operazione si rivelerebbe contraddittoria.
 
Per gli investitori vi è la probabilità che il valore del proprio investimento possa salire, dal momento che la società sostiene la domanda ricomprando il titolo e dando una chiara manifestazione di fiducia nei confronti delle proprie azioni. Inoltre, a differenza dei dividendi che sono tassati al momento della percezione, i riacquisti possono produrre plusvalenze che di fatto potrebbero non essere mai tassate. E pensare che fino a 40 anni fa, le società venivano tacciate di manipolare il mercato quando eseguivano queste operazioni. Oggi invece è diventata una pratica diffusa, che desta sempre molto interesse tra gli operatori di mercato che devono fare delle scelte di portafoglio.
 
 
 

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