MPS: ascesa e tramonto della banca più antica del mondo

Il Monte dei Paschi di Siena è la più antica banca al mondo. Negli ultimi anni ha vissuto momenti di difficoltà che ne hanno messo a repentaglio la sopravvivenza stessa. In queste settimane l'istituto senese è tornato al centro dell'interesse degli investitori come possibile protagonista di operazioni straordinarie, con la possibile integrazione con Banco BPM. Ma ripercorriamo la sua storia plurisecolare.
 

MPS: nascita ed evoluzione

MPS viene fondata nel 1492 dalle Magistrature della Repubblica di Siena che la chiamano Monte di Pietà, perché ha lo scopo di aiutare tutte le persone che vivono in condizioni di miseria e criticità nella città di Siena. Nel 1624 è creato il Monte non valicabile dei Paschi della città, per via delle garanzie dei debiti rappresentate dalle rendite dei pascoli, chiamati appunto Paschi, che il Granduca di Toscana concede al Monte stesso.

L'unione dei due Monti, che avviene nel 1783, dà vita a quella che oggi è denominata Banca Monte dei Paschi di Siena. Negli anni l'istituto di credito si evolve fino a diventare nei primi anni novanta la quarta banca italiana per raccolta, oltre che la prima banca ad essere anche assicurazione con il ramo Monte dei Paschi Vita.

L'attività viene diversificata anche attraverso la gestione dei fondi comuni d'investimento, grazie al Ducato Gestioni di proprietà dell'istituto bancario. L'espansione continua mediante acquisizioni in Italia e all'estero di altre banche, soprattutto in Francia, in Svizzera e in Belgio.

Nel 1995 con un decreto del Tesoro l'istituto di credito si scinde in due entità distinte: da un lato vi è la Banca Monte dei Paschi di Siena Spa che ha ovviamente scopo di lucro e dall'altro la Fondazione Monte dei Paschi di Siena che detiene la maggioranza delle azioni della Spa e che ha fine benefico, operando come ente no-profit.

La prima effettua lo sbarco in Borsa il 25 giugno 1999 tramite un'IPO che ottiene una domanda 10 volte superiore all'offerta. E in breve tempo la società ottiene da tutte le agenzie di rating la tripla A del proprio merito creditizio.

Le operazioni sui derivati: l'inizio della fine

I guai finanziari per quella che fino ad allora è un'eccellenza bancaria cominciano nel maggio del 2002 con la sottoscrizione del derivato Santorini. All'epoca MPS ha una quota di partecipazione in Intesa Sanpaolo e, spinta dalla tendenza a effettuare sempre nuove acquisizioni, necessita di liquidità. Nel contempo vuole mantenere la quota in Intesa che sta continuando ad aumentare di valore.

A quel punto subentra la mano lunga di Deutsche Bank che confeziona per la banca senese un prodotto finanziario molto complesso. Così viene creata una joint venture tra le due banche, denominata Santorini Investments, che prende il nome dalla famosa isola greca che secondo il mito corrisponderebbe ad Atlantide. In altri termini si forma una società per scommettere su derivati che avrebbero preso profitto se le azioni di Intesa fossero salite; al contrario avrebbero subito perdite se le medesime azioni fossero scese.

Nel 2005 la storia si ripete con un altro derivato, denominato Alexandria. In tal caso il partner dell'operazione è la Dresner Bank e la stessa richiede la presenza di una società veicolo, la Skylark, attraverso cui si fa transitare un CDO (Collateralized Dept Obbligation) che cartolarizza dei mutui.

Nel 2006 arriva il terzo derivato, la Nota Italia, che vede protagonista un'altra banca d'affari: la JP Morgan. Il deal riguarda un CDS (Credit Default Swap) sull'Italia che MPS vende alla casa americana a prezzi stralciati, vista la scarsa probabilità di default del nostro Paese.

Un anno più tardi, nel novembre 2007, la Banca Monte dei Paschi Spa annuncia con una nota di aver raggiunto un accordo con Banco Santander per l'acquisto di Banca Antonveneta per 9 miliardi di euro. Una cifra assolutamente spropositata che porta nuovamente la banca senese a ricorrere a un equity swap con Deutsche Bank per coprire, attraverso questo derivato, le perdite in bilancio. Con l'ennesima operazione suicida MPS cede BTP trentennali alla banca tedesca, ottenendo in cambio liquidità e impegnandosi a ricomprarli successivamente.
 

Il fallimento di Lehman Brothers e la crisi dei mutui subprime

Tutto rimane in piedi fin quando non scoppia la bomba dei mutui subprime culminata nel fallimento del colosso bancario americano, la Lehman Brothers. Il crollo azionario in Borsa che ne consegue delle azioni Intesa evidenziano la velenosità del derivato Santorini, che provoca un buco di 360 milioni di euro, che diventano in seguito 570 milioni.

Le rate dei mutui saltano e fanno emergere tutte le crepe dell'altro derivato, Alexandria, che perde rapidamente il 30% del suo valore, causando una voragine nel bilancio di MPS di 220 milioni di euro.

A questo punto entra in gioco la banca giapponese Nomura che, per coprire le perdite, acquisisce dalla banca senese BTP trentennali con l'impegno di quest'ultima di riacquistarli a prezzo maggiorato. Ovviamente si tratta dell'ennesimo derivato che posticipa l'insorgere di una situazione ormai divenuta insostenibile.

E Nova Italia? Con questo prodotto si assiste a una vera escalation di eventi negativi. I CDS che hanno come sottostante il debito italiano si impennano quando scoppia in seguito la crisi del debito dell'Eurozona e Banca Monte dei Paschi di Siena si ritrova ancora una volta dalla parte sbagliata dello swap.

L'istituto di credito è costretto a contabilizzare svalutazioni per 4,51 miliardi, chiudendo il 2011 con una perdita netta di 4,69 miliardi. Il valore di Borsa del titolo azionario MPS crolla fino a dimezzare il suo valore nel tempo.

Tutte le operazioni sui derivati fino a quel momento permettono di non far apparire le perdite in bilancio ed è per questo che la Banca d'Italia non ha mai potuto forzare un piano di salvataggio commissariando l'istituto di credito. Almeno fino al 2012 quando viene scoperto tutto il vaso di pandora.

A quel punto i vertici di Rocca Salimbeni saltano e nell'ottobre del 2014 il presidente Giuseppe Mussari e il direttore generale Antonio Vigni, sono anche condannati a tre anni e sei mesi per ostacolo in concorso all’esercizio delle funzioni delle pubbliche Autorità di Vigilanza.
 

Il salvataggio di Stato: arrivano i Monti Bond

Le gravi perdite di bilancio di Banca Monte dei Paschi di Siena Spa sollecitano un intervento dello Stato per cercare di salvare un istituto sull'orlo della bancarotta. Con un Consiglio di Amministrazione completamente rinnovato, che ha ora al vertice Alessandro Profumo come presidente e Fabrizio Viola come AD, viene approvato un piano di ristrutturazione aziendale. Quest'ultimo prevede 4.600 licenziamenti e la chiusura di 400 filiali, da effettuarsi entro il 2015.

In contemporanea l'allora Presidente del Consiglio Mario Monti introduce i Monti Bond, che sono obbligazioni emesse dalla banca senese per 3,92 miliardi e acquistati dallo Stato. Il Tesoro entra gradualmente anche nel capitale azionario della società, sostituendosi di fatto a Fondazione Montepaschi che passa nel tempo da avere la maggioranza assoluta delle azioni a una quota dell'1,5% del capitale.
 

MPS: gli aumenti di capitale e il Bail In

La situazione non migliora più di tanto nonostante il salvataggio, così nel giugno del 2014 MPS approva un aumento di capitale di 5 miliardi di euro. Quell'anno però arriva l'ennesima bocciatura della BCE riguardo gli stress test e si assiste a un nuovo crollo delle quotazioni azionarie del 40% nelle cinque sedute successive.

Il primo gennaio 2016 l'Europa introduce le regole del Bail In con cui viene fatto divieto di salvare le banche attraverso denaro pubblico. Il salvataggio può essere possibile soltanto mediante l'investimento degli azionisti. Così viene tentato senza successo un altro aumento di capitale di 5 miliardi.

A questo punto, vista la situazione disperata, lo Stato decide di intervenire ancora, chiedendo all'Unione Europea di procedere per il salvataggio entrando nel capitale azionario della banca. Dopo 6 mesi di trattative l'Europa dà il via libera al Tesoro che diventa primo azionista con una quota del 70%. L'operazione costa alle casse pubbliche 5,4 miliardi di euro e rientra nell'ambito di una ricapitalizzazione di 8,1 miliardi. Il resto, ovvero 2,7 miliardi, arriva attraverso la conversione dei bond subordinati in azioni.
 

MPS: l'epilogo e la ripartenza dei giorni nostri

Nel frattempo MPS esce dall'indice FTSE Mib della Borsa di Milano il 17 marzo 2017, dopo che la Consob ha sospeso il titolo dalle contrattazioni il 22 dicembre 2016, quando le quotazioni erano di 15,08 per azione e la capitalizzazione era scesa a 442 milioni di euro.

Il 25 ottobre 2017 la Consob approva la nuova quotazione dopo l'intervento dello Stato e il 18 giugno del 2018 MPS fa parte dell'indice FTSE Mid Cap. Da qui comincia la ripartenza dell'istituto senese con un piano di ristrutturazione industriale che comprende la riduzione di circa 5.500 unità entro il 2021 e la chiusura di 600 filiali su 2000.

Negli ultimi giorni MPS ha iniziato con Amco una trattativa per la cessione di 8,1 miliardi di Npe che consentono all'istituto di credito di migliorare l'attivo patrimoniale e allo Stato una graduale uscita dal capitale sociale.

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